martedì, 22 gennaio 2008

 

 

IL DRAMMA DELL’ATTESA

 

 

Per la stagione teatrale 2007/2008 il regista Massimo Castri ha messo in scena Le tre sorelle, uno degli ultimi drammi di Anton Cechov, autore che egli stesso ha definito “a rischio” per la particolarità dei suoi testi, definiti “punto di arrivo estremo del realismo ma anche suo superamento”. E la versione che ne ha reso Castri ha ridotto all’osso questo realismo, spogliando la scena, esasperando i silenzi, caricando i personaggi di un sottile strato di grottesco per metterne in evidenza  l’inadeguatezza ad una realtà inaccettabile che essi vorrebbero cambiare ma che una sorta di accidia mentale impedisce loro di mutare. Le tre sorelle Prozorov, Olga, Mascia ed Irina, e il loro fratello Andrej, rifugiatisi in campagna in seguito alla morte del padre, vivono nell’attesa di potere ritornare a Mosca per nutrirsi di quel fervore intellettuale che in provincia non riescono a trovare. All’inizio la loro speranza è carica di vitalità, nutrono grandi progetti, nel lavoro e in una brillante carriera, e ne parlano con entusiasmo ai militari di stanza nel loro stesso paese, gli unici amici che frequentano la loro casa.  Andrej culla il sogno di una cattedra all’Università ma, in un impeto di esaltata allegria chiede in moglie Natalja, una rozza fanciulla del luogo che in breve mostrerà la sua natura fatua, e per mantenere la famiglia accetta un modesto impiego al Consorzio. In breve si rende conto che la moglie lo tradisce ma finge di non sapere e continua a vivere nella finzione, difendendo con le sorelle l’onestà e la bontà di Natalja. Solo al vecchio Ferapont riesce a confidare la sua infelicità, ma questi è sordo e i suoi sfoghi cadono nel nulla. Mascia, moglie insoddisfatta di un professore di ginnasio, finisce per tradire il marito con il colonnello Versinin, infelicemente coniugato e padre di due figlie. Irina, la più giovane, accetta di sposare il barone Tuzenbach, che non ama, con la promessa di trasferirsi a Mosca. Ma proprio quando il sogno della giovane sta per farsi realtà il futuro sposo muore in duello. Intanto i militari devono trasferirsi e alla notizia Mascia cade in preda alla disperazione. Nulla di tutto ciò che i Prozorov hanno sognato si invera, resta l’eco di quelle parole più volte pronunciate: “A Mosca! A Mosca!”, come il triste ritornello di una canzone mai cantata. Dramma della quotidiana banalità della vita in cui si concentra l’attesa di ciò che non sarà mai raggiunto e che comunque si configura come unica risorsa umana, Le tre sorelle non è la tragedia di questo o quel personaggio, ma piuttosto la sostanza della tragedia che può essere la vita. Nello sfacelo dei Prozorov non c’è evento o personaggio dominante, ma una coralità di figure e di vicende minime rappresentate nel monotono fluire dell’esistenza.

Anton Cechov, magistrale scrittore di racconti, drammaturgo di grande statura, scrive Le tre sorelle, penultima opera della sua vasta produzione letteraria, quasi alla soglie della morte. Lo seguirà Il giardino dei ciliegi con il quale Cechov si congederà dalla vita. A soli quarantaquattro anni.

 

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categoria:teatro
giovedì, 17 gennaio 2008

CRISTINA CAMPO - IL SIMBOLO, L'ASSENZA

 

"Amore, oggi il tuo nome/al mio labbro è sfuggito/come al piede l'ultimo gradino…" Risiede in questi versi l'essenza del silenzio. Il nome sfuggito, la parola che lo anima è il peccato "imperdonabile"; il "baratto" del sentimento a favore della parola è un autoaccusa che si scioglierà solo "nell'immortale silenzio". Questo di Cristina Campo è un discorso per ellissi, un territorio in cui la vera ricchezza è tutto ciò che manca. D'altra parte non disse lei stessa che "aveva scritto poco e che meno avrebbe voluto scrivere"? L'eccedenza è quasi una paura, il mostrarsi più del necessario è in contrasto con la sua scelta esistenziale ed infatti fra la sua vita e la sua opera non esiste cesura, perché per Campo tra vita e pensiero, tra vita e arte non solo non deve esserci contrasto ma deve instaurarsi una vera e propria identificazione. Tutto ciò si sostanzia in una "Assenza" che è incarnazione di una realtà più profonda dell'apparenza, rivelazione del vero significato delle cose, che non sta in quello che rappresentano ma in ciò a cui rinviano. Nel percorso verso questi rimandi lo sguardo si allunga fino ad arrivare a percepire il nucleo dei simboli che in essi risiedono. "L'incredulità nell'onnipotenza del visibile" è atteggiamento consustanziale alla scrittrice, è pratica che non abbandona, è la centralità di una poetica che guarda al mondo alluso, quello della fiaba, dei vangeli, della poesia, dove la "parola" è rivelazione del trascendente. “Che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?” Si chiede Cristina. E altrove dice: "Ci sono due mondi ed io vengo dall'altro".  Quello che unisce i due mondi è il simbolo e nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso, è esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. Il "cosmo simbolico" di Campo, mutuato in massima parte dalla liturgia della messa latina prima e bizantina poi, è lo specchio del cosmo celeste, epifania che rinvia all'Entità Divina. Ma il simbolo è altresì annidato nel tessuto delle fiabe ed è l'universo della fiaba uno dei nuclei più significativi della poetica campiana, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell'ottocento sia con accurati ed originali saggi. Il percorso dei personaggi delle fiabe viene da Campo assimilato a quello degli uomini: come i protagonisti di queste storie percorrono un cammino nel quale incontrano difficoltà, pericoli, fatiche che li porteranno ad una metamorfosi sia esterna che interiore, così il destino dell'uomo, che attraversa ogni sorta di prove per giungere ad un traguardo. Il simbolo della fiaba è il dolore per le prove a cui sono sottoposti i protagonisti, è l'allusione ad un destino intricato disegnato dalla Volontà Divina.A un tappeto di meravigliosa complicazione, del quale il tessitore non mostri che il rovescio - nodoso, confuso - fu da molti poeti, da molti savi, assimilato il destino”. E disegni, trame, orditure, fili, intrecci sono spesso presenti nella simbologia delle fiabe il cui eroe è definito  Chi [...] è certo di un’economia che racchiude tutti gli eventi e ne supera il significato come l’arazzo, il tappeto simbolico supera i fiori e gli animali che lo compongono.[...] il folle che ragiona a rovescio, capovolge le maschere, discerne nella trama il filo segreto, nella melodia l’inspiegabile gioco d’echi; che si muove con estatica precisione nel labirinto di formule, numeri, antifone, rituali comuni ai vangeli, alla fiaba, alla poesia”. Il tappeto è terra spirituale dalla quale innalzarsi per seguire la voce di Dio che col suo "flauto" chiama ed incanta. Il tempo che vive Cristina Campo è da lei definito "il tempo in cui tutto vien meno" ed è dunque nell'Assenza di tutto ciò che appare la spinta verso la dimensione spirituale che si compie nel silenzio.

 

 

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categoria:articoli
lunedì, 14 gennaio 2008

NOTTURNO DI POESIA

 

Era la seconda metà degli anni ’70 quando esplose il boom delle radio libere. La modulazione di frequenza, ancora poco o nulla occupata, permetteva che con un trasmettitore da pochi watt si potesse ottenere un raggio d’ascolto di diversi chilometri; bastavano più o meno un milione di lire e una cantina ed era nata un’emittente privata, dove senza filtri e censure, senza direttori editoriali ed editori in carriera, ognuno poteva dare sfogo alle proprie passioni, trasmettendo musica rock e dialogando con gli ascoltatori dei più vari argomenti. Mutuati da una trasmissione radiofonica di rete nazionale che faceva grandi ascolti, i programmi delle radio private si reggevano quasi esclusivamente sulle conversazioni con gli ascoltatori e, ahimé, nei casi più tamarri sulle dediche musicali. Ma presto fra gli interessi e gli slanci creativi più o meno importanti si inserì l’impulso di dedicare uno spazio alla poesia e ai suoi cultori. Nacquero allora molte trasmissioni, mandate in onda soprattutto nelle ore più tarde, in cui astro e regina fu la poesia e destinatari furono i suoi adepti. Uno dei principali protagonisti di questo tipo di trasmissioni fu il poeta Bruno Vilar che con la sua Radio Hanna esplose nell’etere coinvolgendo un gran numero di ascoltatori con i quali finiva per stabilire rapporti personali. Bruno Vilar, apprezzato poeta ma ricordato più che altro per il suo matrimonio con l’attrice Paola Borboni, dalla quale lo distanziavano quaranta e più anni di età, durante le sue trasmissioni leggeva poesie proprie e di altri autori, non disdegnando di invitare i suoi ascoltatori a leggere i propri versi. Bruno Vilar moriva in un incidente stradale nel 1978 ma la strada che aveva percorso con le sue trasmissioni di poesia aveva accolto altri viaggiatori.

A Palermo vi fu un brulicare di radio private ed un germogliare di trasmissioni dedicate alla poesia, la maggior parte delle quali andavano in onda di notte. Una folla di ascoltatori si riuniva ogni sera virtualmente davanti ad un apparecchio radio a modulazione di frequenza per questi “notturni di poesia”, una folla che leggeva, dialogava, citava, litigava, moderata da un conduttore che aveva il compito di frenare quelli che alla fine potevano diventare sproloqui. Nacque il motto “tirate le poesie dai vostri cassetti”. Tutti gli anni ’80 furono segnati da queste esperienze radiofoniche che vissi personalmente. Oggi quel tempo può sembrare un’era jurassica e quelle esperienze archeologia letteraria, ma allora la radio e la sua potenza evocativa esercitavano un fascino indicibile. Tutto era giocato sulla voce, sui toni, e le parole avevano un peso rilevante per la loro capacità di suscitare interesse o noia. La “civiltà delle immagini” non aveva ancora preso il sopravvento, non dettava leggi e le location dove si effettuavano le trasmissioni non ponevano problemi di sorta. Poteva essere un sottoscala o un magazzino, un pianterreno o un attico oppure una piccola stanza ricavata in un qualsiasi appartamento borghese. Quasi “carbonari della poesia”, ci si immetteva nei luoghi più disparati per incontrarsi con sconosciuti che condividevano un sogno, quello di far conoscere i propri versi. Né importava che chi conduceva la trasmissione fosse fototelegenico o avesse il profilo preferenziale, quello che bastava erano le parole o, come si diceva allora, il contenuto. Ah, l’emozione di trovarsi davanti ad un microfono, il suono della propria voce ascoltato attraverso le cuffie, i cursori che sfumavano la musica…Smile, Petit fleur, l’Adagio di Albinoni, Mozart…Tornavano e si diffondevano nell’etere i versi di Camillo Sbarbaro, Charles Baudelaire, Garcia Lorca, Francesco Guglielmino…

Di tutte le esperienze della mia vita quella della radio è stata la più emozionante. Le voci di ascoltatori sconosciuti entravano in empatia con la mia essenza più intima, mi donavano una piccola parte della loro vita e ricevevano il dono di accostarsi alla poesia dei Grandi, che per alcuni rappresentava una vera e propria scoperta. I “Notturni di poesia”, oggi sepolti nella memoria di chi li visse, furono un ponte attraverso il quale molte mani riuscirono a congiungersi.

 

 

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categoria:ricordi
mercoledì, 09 gennaio 2008

UN TRENO DI CANZONI

 

 

 

 

Lupo con la cravatta stretta a cappio

soffocherai nel letto della sera

per cercare di me l'odore e il sesso

Caveranno la luna con le lame

dal tuo petto scarnito e dai tuoi piedi

fuggiranno i rantoli dei passi

Mi troverai fra le carezze

graffiate sulla pelle per venire

con te- gioia e dileggio

ombra della tua ombra e conversione

Andremo con un treno di canzoni

Sopra il tetto

apriranno le ali le colombe

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categoria:poesia
lunedì, 07 gennaio 2008

 

 

RECITAL

 

 

Il sole del pomeriggio filtra dai vetri appannati e illumina il salone dell'Oratorio di Santa Scolastica. I suoi riflessi frugano fra i muri, riposano sugli affreschi, planano sugli austeri mattoni a scacchi bianchi e neri e rendono superflua la luce dei grandi lampadari di cristallo. Al centro del soffitto è disegnata la Stella di Davide. Forse l'artista che ha concepito e realizzato gli affreschi e i dipinti era ebreo o forse era un iniziato che manifestava attraverso l'arte i suoi legami con l'essoterismo. Penso ai costruttori di cattedrali, agli alchimisti, allo Zenone di Marguerite Yourcenar.

Intanto il Critico ha iniziato il suo discorso sulla poesia, infarcito di francesismi, interrotto da pause e pardon ogni volta che la sua scarsa potenza ottica gli fa saltare qualche rigo del malloppo di fogli che tiene davanti. Cita Verlain e Baudelaire, compie incursioni nell'alta letteratura e ci definisce "minori". Ma senza malanimo, anzi con una sorta di predilezione atta a gratificarci. Minori, sì, facciamo parte di quella schiera di poeti che resteranno per sempre nell'oscurità. I nostri manoscritti non arriveranno mai sulle scrivanie della grande editoria, né figureranno mai fra i best sellers.

Il Critico continua il suo excursus. Prima di iniziare il suo discorso aveva chiesto a me, seduta casualmente al suo fianco, di concedergli una maggiore porzione di spazio. "Sono come gli orsi -ha detto- che hanno bisogno di molto spazio per muoversi" E ha scosso le braccia goffamente come quelle galline che starnazzano agitando le ali. Mi sono vergognata di questo paragone irriverente ma mi è salito alle labbra un risolino che ho cercato di mistificare alla meno peggio. Non so per quale stramba connessione sto pensando a mio padre. A lui che vada in giro a leggere i miei versi gliene importa poco o nulla, avrebbe preferito che fossi più pragmatica e meno astratta.

Il Critico continua a dissertare: di letteratura europea, di milieu, di background culturale. Ci informa che Sciascia è lo scrittore che tutta l'Europa ci invidia e che Tomasi di Lampedusa è considerato il Manzoni del ventesimo secolo. Sui nostri versi poche sparute parole. Quando smette di concionare il pubblico non può fare a meno di emettere un impercettibile sospiro, credo che gli applausi siano più di sollievo che di ammirazione. Infine, tocca a noi. Dapprima timidamente, poi sempre più rinfrancati facciamo sentire le nostre voci di poeti. Il pubblico è attento, qualcuno scarabocchia qualcosa su un taccuino. Il sole si è definitivamente ritirato. Quando finiamo, i pazienti ascoltatori si affollano verso di noi. E' un grande stringere di mani, un sovrapporsi di frasi entusiastiche, un rosario di complimenti. Una ragazza in jeans e maglione cerca di farsi strada verso di noi. Me la ritrovo accanto, confusa ed eccitata. "Le tue poesie -dice- mi hanno emozionata, posso darti un bacio?" E avvicina le labbra alla mia guancia, scostando con una mano una ciocca dei bruni capelli che le arriva quasi agli occhi. L'abbraccio, grata per quel gesto che mi dice più di tante parole.

Fra lo sgranocchiare di patatine e i brindisi col vermuth ci scambiamo impressioni. Il poeta-professore di liceo, poco soddisfatto del tempo che ci è stato concesso (tre poesie, via, sono troppo poco per dare una giusta visione della propria produzione), si concede una sfilza di citazioni latine. Nel salutarmi il Critico mi dice:"Spero di leggere il suo libro, ma purtroppo ho tempi lunghi". Beh, niente di male, sappiamo che la quantità di tempo a loro disposizione è inversamente proporzionale ai loro impegni e con ogni probabilità il mio libro non lo leggerà mai. Ma io risento sul viso la dolcezza lieve di quel bacio e mi pare di essere Leopardi.

 

 

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categoria:racconti
domenica, 06 gennaio 2008

Esci dal mormorio segreto di quest'ora

lasciando perle d'uomo

a navigare sopra l'ombelico

Sono nuvole d'aria le parole

silenziosa ricchezza

che resta tatuata sul cuscino

Nel lungo corridoio della sera

stazionano le ombre di noi due

strette nel cerchio chiuso dell'abbraccio

Sarà notte fra poco

e i nostri passi andranno ad altre vie

a raccontarsi la vita d' ogni giorno

 

(dalla raccolta Per tardivo prodigio)

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categoria:poesia
sabato, 05 gennaio 2008
Il 18 e il 19 febbraio, in occasione della cerimonia del Premio Grinzane Cavour, si svolgerà a Torino il convegno "L'odore dell'India". Parteciperanno alcuni dei migliori scrittori indiani, tra cui Thrity Umrigar, autrice dei romanzi L'ora del tramonto e Bombay time; Lavanya Sankaran, autrice de Il tappeto rosso; M.J. Akbar, autore della saga Fratelli di sangue; Anita Nair, autrice del bestsellers internazionale Cuccette per signora. Il convegno è curato da Giuliano Soria.
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categoria:notizie
venerdì, 04 gennaio 2008
Gomorra, il libro di Roberto Saviano, è risultato il più votato dai telespettatori del tg1. Vorrei che i dirigenti tv finalmente si rendessero conto che il pubblico italiano non è così stupido come loro credono e che la smettessero una buona volta di propinarci le boiate da cortile. Chissà se questo succederà mai.
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categoria:notizie
giovedì, 03 gennaio 2008

LA DONNA E LA MORTE NELLA POESIA DI CESARE PAVESE

 

 

Nel 1949 Cesare Pavese conosce l'attrice americana Constance Dowling e con lei intreccia l'ultimo di una serie di infelici rapporti d'amore. Nella vita del poeta la donna è stata una presenza-assenza e nella sua scrittura un mito rivelato attraverso la simbologia del sesso e del sangue. E' stata il nodo emblematico della sua vicenda esistenziale sia sul piano del privato che su quello dell'arte, non soltanto come negazione di una realtà d'amore ma anche come scoglio su cui si arena l'idealità. In una lettera all'amico Davide Lajolo, Pavese chiama la Dowling "allodola" e scrive:"Essa si è fermata presso il mio covone di grano soltanto perché si sente sperduta, ma se ne andrà presto, lo sento,sentirò sbattere le sue ali, senza neppure la forza di alzare un grido per richiamarla". Tra l'undici marzo e il dieci aprile del 1950 il poeta scrive le poesie che verranno pubblicate postume con il titolo "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", e che si riferiscono alla sua breve storia con l'americana. La prima poesia porta come titolo "To C. from C.", verosimilmente "A Constance da Cesare", ed è scritta in inglese." (…) domani sarà il gelo/sotto la luce/tu variopinto sorriso/accesa risata", i versi di chiusura del testo prefigurano lo stato d'animo del poeta che si prepara a penetrare il mistero della morte. Per il poeta la donna,la terra e la morte si identificano:"Tu sei come una terra/che nessuno ha mai detto/tu non attendi nulla/se non la parola/che sgorgherà dal fondo/come un frutto tra i rami". La morte dunque come frutto stesso della terra, come realtà archetipa assolutizzante. Le poesie di "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" sono un addio dolce e straziante, una partitura dalla quale s'innalza la musica perduta della vita. "Lo spiraglio dell'alba/respira con la tua bocca/in fondo alle vie vuote/Luce grigia i tuoi occhi/dolci gocce dell'alba/sulle colline scure/Il tuo passo e il tuo fiato/come il vento dell'alba/sommergono le case/La città abbrividisce/odorano le pietre/sei la vita,il risveglio". Presenza fisica,dimensione temporale,luoghi, un'unità trinaria che si condensa e si manifesta nell'ultimo verso. La terra è il mallo che ha racchiuso il frutto pervenuto al poeta per un miracolo; la terra contiene la donna e ne è rappresentata( il tuo tenero corpo/una zolla nel sole), la donna "è" la terra che accoglierà la morte( sei radice feroce/sei la terra che aspetta). Donna-sesso-morte, correlazione emblematica(il tuo passo leggero/ha violato la terra/Ricomincia il dolore): il poeta è la terra,fredda,immobile in un "torpido sogno come chi più non soffre", ma è arrivata la donna e ha "riaperto il dolore". E' una violazione che sa di speranza ma è anche la paura di una rinnovata solitudine.

La poesia "La casa" è un'accorata seppure oggettiva invocazione ad un destino che non è mai appartenuto al poeta, quello di ogni uomo che costruisce il suo futuro accanto alla propria donna; in questo testo la presenza femminile è metaforizzata dal fonema voce, voce mai udita come costante presenza. La scrittura poetica di Cesare Pavese ha come apogeo la morte. Inutile ogni tentativo di indagare le ragioni del suo gesto finale; più utile soffermarsi sul dato letterario e considerare che le ferite di cui egli ha sofferto sono il presupposto delle due raccolte postume, "La terra e la morte" e "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", dalle quali, con crudezza ed essenzialità, attraverso un dettato poetico che si rivolge all'interlocutore donna-morte, si leva una tensione di altissimo patos.

 

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giovedì, 03 gennaio 2008

PICCOLI FURTI

 

 

 

Triste tediarsi al caldo d'un divano

mentre infuria l'estate

e profuma di mare

anche il nastro disfatto

che lega i capelli

alla donna che passa.

 

Mi sono ritrovata ad aspettare

uno stridio di ruote

sull’asfalto, a spiare

un atteso ritorno

che ormai non m'appartiene.

 

(da qualche tempo vivo

piccoli furti che non mi perdono)

 

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