giovedì, 17 gennaio 2008

CRISTINA CAMPO - IL SIMBOLO, L'ASSENZA

 

"Amore, oggi il tuo nome/al mio labbro è sfuggito/come al piede l'ultimo gradino…" Risiede in questi versi l'essenza del silenzio. Il nome sfuggito, la parola che lo anima è il peccato "imperdonabile"; il "baratto" del sentimento a favore della parola è un autoaccusa che si scioglierà solo "nell'immortale silenzio". Questo di Cristina Campo è un discorso per ellissi, un territorio in cui la vera ricchezza è tutto ciò che manca. D'altra parte non disse lei stessa che "aveva scritto poco e che meno avrebbe voluto scrivere"? L'eccedenza è quasi una paura, il mostrarsi più del necessario è in contrasto con la sua scelta esistenziale ed infatti fra la sua vita e la sua opera non esiste cesura, perché per Campo tra vita e pensiero, tra vita e arte non solo non deve esserci contrasto ma deve instaurarsi una vera e propria identificazione. Tutto ciò si sostanzia in una "Assenza" che è incarnazione di una realtà più profonda dell'apparenza, rivelazione del vero significato delle cose, che non sta in quello che rappresentano ma in ciò a cui rinviano. Nel percorso verso questi rimandi lo sguardo si allunga fino ad arrivare a percepire il nucleo dei simboli che in essi risiedono. "L'incredulità nell'onnipotenza del visibile" è atteggiamento consustanziale alla scrittrice, è pratica che non abbandona, è la centralità di una poetica che guarda al mondo alluso, quello della fiaba, dei vangeli, della poesia, dove la "parola" è rivelazione del trascendente. “Che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?” Si chiede Cristina. E altrove dice: "Ci sono due mondi ed io vengo dall'altro".  Quello che unisce i due mondi è il simbolo e nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso, è esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. Il "cosmo simbolico" di Campo, mutuato in massima parte dalla liturgia della messa latina prima e bizantina poi, è lo specchio del cosmo celeste, epifania che rinvia all'Entità Divina. Ma il simbolo è altresì annidato nel tessuto delle fiabe ed è l'universo della fiaba uno dei nuclei più significativi della poetica campiana, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell'ottocento sia con accurati ed originali saggi. Il percorso dei personaggi delle fiabe viene da Campo assimilato a quello degli uomini: come i protagonisti di queste storie percorrono un cammino nel quale incontrano difficoltà, pericoli, fatiche che li porteranno ad una metamorfosi sia esterna che interiore, così il destino dell'uomo, che attraversa ogni sorta di prove per giungere ad un traguardo. Il simbolo della fiaba è il dolore per le prove a cui sono sottoposti i protagonisti, è l'allusione ad un destino intricato disegnato dalla Volontà Divina.A un tappeto di meravigliosa complicazione, del quale il tessitore non mostri che il rovescio - nodoso, confuso - fu da molti poeti, da molti savi, assimilato il destino”. E disegni, trame, orditure, fili, intrecci sono spesso presenti nella simbologia delle fiabe il cui eroe è definito  Chi [...] è certo di un’economia che racchiude tutti gli eventi e ne supera il significato come l’arazzo, il tappeto simbolico supera i fiori e gli animali che lo compongono.[...] il folle che ragiona a rovescio, capovolge le maschere, discerne nella trama il filo segreto, nella melodia l’inspiegabile gioco d’echi; che si muove con estatica precisione nel labirinto di formule, numeri, antifone, rituali comuni ai vangeli, alla fiaba, alla poesia”. Il tappeto è terra spirituale dalla quale innalzarsi per seguire la voce di Dio che col suo "flauto" chiama ed incanta. Il tempo che vive Cristina Campo è da lei definito "il tempo in cui tutto vien meno" ed è dunque nell'Assenza di tutto ciò che appare la spinta verso la dimensione spirituale che si compie nel silenzio.

 

 

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giovedì, 03 gennaio 2008

LA DONNA E LA MORTE NELLA POESIA DI CESARE PAVESE

 

 

Nel 1949 Cesare Pavese conosce l'attrice americana Constance Dowling e con lei intreccia l'ultimo di una serie di infelici rapporti d'amore. Nella vita del poeta la donna è stata una presenza-assenza e nella sua scrittura un mito rivelato attraverso la simbologia del sesso e del sangue. E' stata il nodo emblematico della sua vicenda esistenziale sia sul piano del privato che su quello dell'arte, non soltanto come negazione di una realtà d'amore ma anche come scoglio su cui si arena l'idealità. In una lettera all'amico Davide Lajolo, Pavese chiama la Dowling "allodola" e scrive:"Essa si è fermata presso il mio covone di grano soltanto perché si sente sperduta, ma se ne andrà presto, lo sento,sentirò sbattere le sue ali, senza neppure la forza di alzare un grido per richiamarla". Tra l'undici marzo e il dieci aprile del 1950 il poeta scrive le poesie che verranno pubblicate postume con il titolo "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", e che si riferiscono alla sua breve storia con l'americana. La prima poesia porta come titolo "To C. from C.", verosimilmente "A Constance da Cesare", ed è scritta in inglese." (…) domani sarà il gelo/sotto la luce/tu variopinto sorriso/accesa risata", i versi di chiusura del testo prefigurano lo stato d'animo del poeta che si prepara a penetrare il mistero della morte. Per il poeta la donna,la terra e la morte si identificano:"Tu sei come una terra/che nessuno ha mai detto/tu non attendi nulla/se non la parola/che sgorgherà dal fondo/come un frutto tra i rami". La morte dunque come frutto stesso della terra, come realtà archetipa assolutizzante. Le poesie di "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" sono un addio dolce e straziante, una partitura dalla quale s'innalza la musica perduta della vita. "Lo spiraglio dell'alba/respira con la tua bocca/in fondo alle vie vuote/Luce grigia i tuoi occhi/dolci gocce dell'alba/sulle colline scure/Il tuo passo e il tuo fiato/come il vento dell'alba/sommergono le case/La città abbrividisce/odorano le pietre/sei la vita,il risveglio". Presenza fisica,dimensione temporale,luoghi, un'unità trinaria che si condensa e si manifesta nell'ultimo verso. La terra è il mallo che ha racchiuso il frutto pervenuto al poeta per un miracolo; la terra contiene la donna e ne è rappresentata( il tuo tenero corpo/una zolla nel sole), la donna "è" la terra che accoglierà la morte( sei radice feroce/sei la terra che aspetta). Donna-sesso-morte, correlazione emblematica(il tuo passo leggero/ha violato la terra/Ricomincia il dolore): il poeta è la terra,fredda,immobile in un "torpido sogno come chi più non soffre", ma è arrivata la donna e ha "riaperto il dolore". E' una violazione che sa di speranza ma è anche la paura di una rinnovata solitudine.

La poesia "La casa" è un'accorata seppure oggettiva invocazione ad un destino che non è mai appartenuto al poeta, quello di ogni uomo che costruisce il suo futuro accanto alla propria donna; in questo testo la presenza femminile è metaforizzata dal fonema voce, voce mai udita come costante presenza. La scrittura poetica di Cesare Pavese ha come apogeo la morte. Inutile ogni tentativo di indagare le ragioni del suo gesto finale; più utile soffermarsi sul dato letterario e considerare che le ferite di cui egli ha sofferto sono il presupposto delle due raccolte postume, "La terra e la morte" e "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", dalle quali, con crudezza ed essenzialità, attraverso un dettato poetico che si rivolge all'interlocutore donna-morte, si leva una tensione di altissimo patos.

 

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giovedì, 03 gennaio 2008

PICCOLI FURTI

 

 

 

Triste tediarsi al caldo d'un divano

mentre infuria l'estate

e profuma di mare

anche il nastro disfatto

che lega i capelli

alla donna che passa.

 

Mi sono ritrovata ad aspettare

uno stridio di ruote

sull’asfalto, a spiare

un atteso ritorno

che ormai non m'appartiene.

 

(da qualche tempo vivo

piccoli furti che non mi perdono)

 

postato da: annalunae alle ore 14:39 | Permalink | commenti (2)
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