NOTTURNO DI POESIA
Era la seconda metà degli anni ’70 quando esplose il boom delle radio libere. La modulazione di frequenza, ancora poco o nulla occupata, permetteva che con un trasmettitore da pochi watt si potesse ottenere un raggio d’ascolto di diversi chilometri; bastavano più o meno un milione di lire e una cantina ed era nata un’emittente privata, dove senza filtri e censure, senza direttori editoriali ed editori in carriera, ognuno poteva dare sfogo alle proprie passioni, trasmettendo musica rock e dialogando con gli ascoltatori dei più vari argomenti. Mutuati da una trasmissione radiofonica di rete nazionale che faceva grandi ascolti, i programmi delle radio private si reggevano quasi esclusivamente sulle conversazioni con gli ascoltatori e, ahimé, nei casi più tamarri sulle dediche musicali. Ma presto fra gli interessi e gli slanci creativi più o meno importanti si inserì l’impulso di dedicare uno spazio alla poesia e ai suoi cultori. Nacquero allora molte trasmissioni, mandate in onda soprattutto nelle ore più tarde, in cui astro e regina fu la poesia e destinatari furono i suoi adepti. Uno dei principali protagonisti di questo tipo di trasmissioni fu il poeta Bruno Vilar che con la sua Radio Hanna esplose nell’etere coinvolgendo un gran numero di ascoltatori con i quali finiva per stabilire rapporti personali. Bruno Vilar, apprezzato poeta ma ricordato più che altro per il suo matrimonio con l’attrice Paola Borboni, dalla quale lo distanziavano quaranta e più anni di età, durante le sue trasmissioni leggeva poesie proprie e di altri autori, non disdegnando di invitare i suoi ascoltatori a leggere i propri versi. Bruno Vilar moriva in un incidente stradale nel 1978 ma la strada che aveva percorso con le sue trasmissioni di poesia aveva accolto altri viaggiatori.
A Palermo vi fu un brulicare di radio private ed un germogliare di trasmissioni dedicate alla poesia, la maggior parte delle quali andavano in onda di notte. Una folla di ascoltatori si riuniva ogni sera virtualmente davanti ad un apparecchio radio a modulazione di frequenza per questi “notturni di poesia”, una folla che leggeva, dialogava, citava, litigava, moderata da un conduttore che aveva il compito di frenare quelli che alla fine potevano diventare sproloqui. Nacque il motto “tirate le poesie dai vostri cassetti”. Tutti gli anni ’80 furono segnati da queste esperienze radiofoniche che vissi personalmente. Oggi quel tempo può sembrare un’era jurassica e quelle esperienze archeologia letteraria, ma allora la radio e la sua potenza evocativa esercitavano un fascino indicibile. Tutto era giocato sulla voce, sui toni, e le parole avevano un peso rilevante per la loro capacità di suscitare interesse o noia. La “civiltà delle immagini” non aveva ancora preso il sopravvento, non dettava leggi e le location dove si effettuavano le trasmissioni non ponevano problemi di sorta. Poteva essere un sottoscala o un magazzino, un pianterreno o un attico oppure una piccola stanza ricavata in un qualsiasi appartamento borghese. Quasi “carbonari della poesia”, ci si immetteva nei luoghi più disparati per incontrarsi con sconosciuti che condividevano un sogno, quello di far conoscere i propri versi. Né importava che chi conduceva la trasmissione fosse fototelegenico o avesse il profilo preferenziale, quello che bastava erano le parole o, come si diceva allora, il contenuto. Ah, l’emozione di trovarsi davanti ad un microfono, il suono della propria voce ascoltato attraverso le cuffie, i cursori che sfumavano la musica…Smile, Petit fleur, l’Adagio di Albinoni, Mozart…Tornavano e si diffondevano nell’etere i versi di Camillo Sbarbaro, Charles Baudelaire, Garcia Lorca, Francesco Guglielmino…
Di tutte le esperienze della mia vita quella della radio è stata la più emozionante. Le voci di ascoltatori sconosciuti entravano in empatia con la mia essenza più intima, mi donavano una piccola parte della loro vita e ricevevano il dono di accostarsi alla poesia dei Grandi, che per alcuni rappresentava una vera e propria scoperta. I “Notturni di poesia”, oggi sepolti nella memoria di chi li visse, furono un ponte attraverso il quale molte mani riuscirono a congiungersi.



